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Ecco il Calvario restaurato dal Rotary un lavoro complesso e difficile
15 maggio 2011

Un regalo di Pasqua arrivato con qualche giorno d’anticipo, così si può defi nire la restituzione ai molfettesi di uno dei monumenti più rappresentativi della nostra città, ovvero il Calvario. Restaurato e rimesso a nuovo dal Rotary Club, questo gioiellino architettonico ottocentesco è stato benedetto dal vescovo mons. Luigi Martella, che ha fortemente voluto la data del 16 aprile per questa cerimonia. Infatti il 16 aprile quest’anno coincideva con il giorno vigiliare alla Settimana Santa, ovvero il giorno in cui si chiude la Quaresima e si apre il periodo della più vera Passione di nostro Signore Gesù Cristo. Il vescovo - alla presenza del sindaco Antonio Azzollini e del presidente del Rotary Club Pietro Facchini, che insieme hanno fi nanziato i lavori, stanziando complessivamente la somma di 120 mila euro - ha ricordato che la Croce di Gesù, qui rappresentata, custodisce un segreto prezioso, ovvero la capacità di attingere alla forza di Gesù Cristo per riuscire a portare le proprie croci. Alla manifestazione era presente molta gente, meravigliata e compiaciuta perché la gran parte non aveva mai visto il Calvario dall’interno, cosa che è stata consentita in questa occasione, ma solo ammirato da lontano, non potendo superare il cancello, sempre sbarrato, posto a protezione del monumento. Anche se poco ha potuto questa recinzione contro gli atti vandalici di cui è stato soggetto il tempietto neogotico, ideato e realizzato dall’architetto Corrado de Judicibus, resi possibili dall’incuria e dalla quasi totale mancanza di interesse nei suoi confronti da parte nostra. Chi di noi, infatti, ormai si fermava ancora a guardarlo, assueff ati, com’eravamo, alla sua presenza e disturbati dagli escrementi dei piccioni che lo deturpavano, dai graffi ti, fatti con spray e inchiostro indelebile da ragazzi che, sfi dando le autorità, violavano la sua bellezza e il suo candore? Chi avrebbe voluto visitare un luogo notoriamente frequentato da barboni, clochard che si servivano di esso come riparo nelle notti più rigide. L’idea del restauro è stata – come Pietro Facchini, commosso, ha ricordato – del socio del Rotary Club Dino Petruzzella, che purtroppo non ha potuto assistere alla realizzazione di questo suo sogno, perché è venuto a mancare ancor prima che cominciassero i lavori. Dopo l’evento, ci si è spostati presso la Sala Consiliare, dove si è tenuta una conferenza per spiegare le tecniche adoperate per realizzare il restauro. L’ing. Leonardo Pisani ha innanzitutto posto in evidenza il problema avuto quando si è dovuta montare l’impalcatura, necessaria per permette agli operai di eff ettuare i lavori di pulitura e restauro, a causa della conformazione architettonica del monumento. Bisognava, infatti, realizzare una prima impalcatura, poi, dopo essere entrati dentro di un metro e cinquanta centimetri, bisognare ulteriormente entrare di due metri e cinquanta centimetri. Si è realizzato, in pratica, un impalcato tridimensionale, che è rimasto attivo per 7 – 8 mesi, ovvero per tutta la durata dei lavori. Gli operai sono dovuti intervenire, in primis, su quelli che sono i segni evidenti dell’operato umano, ossia gli atti vandalici, manifestati sotto forma dei già citati graffi ti, alcuni dei quali, addirittura, sono stati eseguiti a sfregio durante i lavori, quasi a voler farsi beff e del monumento, degradandolo ancor prima che fosse rimesso a nuovo. Per eliminare queste “opere d’arte” dal Calvario non è stata utilizzata la tecnica della sabbiatura, assai comune in questi casi, in quanto le vernici utilizzate penetrano nella pietra, soprattutto quando nelle vernici sono presenti grassi ed oli. La pietra del Calvario è una pietra porosa. Infatti, il materiale lapideo che veniva utilizzato per realizzare le cornici e i fregi doveva essere necessariamente più tenero rispetto a quello utilizzato nella parte interna, perché doveva essere lavorato, e quindi lo scalpellino doveva trovare un materiale più facilmente trattabile. Si è pensato invece di nettare la pietra, restituendole la sua dignità, con aria ad alta pressione e dell’acqua nebulizzata e, alcune volte, si è ricorsi anche ad alcuni tipi di solventi biologici. Si è poi passati ad arginare l’altra piaga che si era abbattuta sul tempietto, ovvero gli escrementi dei colombi. Questi escrementi hanno provocato due gravi danni: da un lato, questi sono depositi diretti sui materiali lapidei, dall’altro contengono i semi dei frutti che contribuiscono a nutrire questi volatili e vanno a fi nire negli interstizi e nei giunti. Ne consegue, che accanto al Calvario sono cresciuti spontaneamente degli alberi, che l’hanno rinchiuso in una vera e propria prigione ambientale. Questi alberi sono stati abbattuti. Ma qual è la sua storia? Perché questo monumento è così importante per noi Molfettesi? Nella relazione del padre Siniscalchi, Rettore di Napoli della “Congregazione del Santissimo Redentore Liguori”, si narra che nel 1848 Molfetta, piccola cittadina che contava 24.000 abitanti, partecipa ai moti rivoluzionari. Motivo per cui ben 150 cittadini molfettesi vengono arrestati e, in seguito, condannati. Il vescovo dell’epoca, mons. Nicola Guida, desiderando far riacquistare credibilità alla città ribelle agli occhi dell’Italia, decide di organizzare a Molfetta una missione, consistente in un insieme di attività di natura religiosa, che si tengono dal 10 novembre al 6 dicembre. Questa missione si conclude con una lunga processione, che parte dalla chiesa di Santo Stefano, durante la quale vengono portati i Cinque Misteri. Sarà la prima ed ultima volta in cui queste statue escono dalla propria chiesa in un giorno diverso da quello del Venerdì Santo. Il vescovo decide di donare questo tempietto, in segno di devozione, alle istituzioni dell’epoca. Grazie a questo gesto, molti di quei 150 cittadini vengono liberati. “Il singolare di questa missione fu l’elezione del Calvario. Tutti i ceti vi presero parte. I signori tiravano a mano i pesanti carretti di pietre d’arena per la fabbrica, e le più distinte signore, seguite dalle loro fi glie, giunsero a percorrere la città scalze, recitando preghiere con rara compostezza e devozione. Oggi, al lato della consolare che mena a Bari, sorge a perpetua memoria di quella missione un tempietto gotico, contenente le Cinque Croci portate dai padri Priori nella processione apposita”. L’importanza del Calvario emerge prorompente in queste parole. Noi molfettesi abbiamo sempre sottovalutato questo nostro monumento. Non commettiamo ancora questo errore.

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