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Covid, come eravamo e come saremo
15 febbraio 2021

“Quindici” accoglie l’invito di alcuni lettori della rivista che ogni mese è in edicola a Molfetta, a pubblicare sul web, dopo qualche mese, alcuni degli articoli apparsi sul cartaceo, per renderli fruibili a un numero maggiore di gente, soprattutto quando i loro contenuti consentono spunti di riflessione utili alla crescita complessiva.
Riportiamo oggi l’editoriale del direttore Felice de Sanctis pubblicato nel numero del mese di giugno 2020 in piena pandemia, perché oggi stiamo vivendo la seconda ondata che per noi in Puglia, si sta rivelando peggiore della prima.

 

Covid, come eravamo e come saremo

Covid Fase 3: ci siamo dentro ormai e dobbiamo cominciare a misurarci col mondo di ieri e con quello di domani, quel futuro tutto da costruire che molti ancora sottovalutano, credendo che si possa ripartire come prima.

“Nulla sarà come prima”; “Usciremo dalla crisi più forti di prima”; “Andrà tutto bene”, queste le frasi più ascoltate in questi giorni, come un mantra collettivo che permetta di rassicurarci e proteggerci dalle paure che covano ancora dentro molti di noi. Altri, invece, affrontano questa fase 3 come una liberazione e un ritorno tranquillo a quello che facevano prima, movida compresa.

Il “liberi tutti” ha avuto il sopravvento sulla paura ed è servito anche a esorcizzare quella limitazione forzata e imposta alla nostra libertà, alla quale non eravamo abituati.

Ora il cambiamento non riguarderà i problemi da affrontare, ma il modo di risolverli. La rivoluzione del lavoro e della società si ripercuoterà inevitabilmente sulla democrazia: prevarranno i valori o le passioni, gli istinti o la razionalità, la rabbia o il buonsenso?

I comportamenti di massa sono spesso irrazionali, come dimostrano le rivoluzioni, ma nessuno è in grado di canalizzare le reazioni collettive, se non orientandole verso il totalitarismo, come la storia ci insegna. La pandemia, oltre a mostrare le nostre fragilità, ha fatto scattare sentimenti di solidarietà ai quali non eravamo più abituati, in un mondo profondamente individualista. L’assenza di punti di riferimento, ha sollecitato il senso di disciplina, la capacità di rinunciare, la solidarietà che viene dal pericolo collettivo e dal pericolo di morte, che ci hanno ricordato come esiste un bene comune che va al di là di ogni business e ogni interesse singolo.

Abbiamo ripreso ad emozionarci e a sentirci parte di un popolo che non è mai stato unito, perché siamo sempre stati lombardi, piemontesi, pugliesi o siciliani. E ci siamo emozionati per un obiettivo comune, con lo slogan “andrà tutto bene”. Così abbiamo esposto il tricolore ai balconi, come non è mai avvenuto se non per le partite della nazionale di calcio, abbiamo cantato insieme e fatto amicizia a distanza sempre sui balconi. Insomma, abbiamo riscoperto la sincerità dei sentimenti e l’esistenza degli altri.

I populisti e i sovranisti ci avevano abituato più ad odiare che ad amare (c’è chi dice che l’odio è più antico dell’amore e ne ha il sopravvento, perché non fa soffrire, ma esalta), a distruggere che a costruire, a non accettare rinunce, ma a pretendere soddisfazioni. Il Covid è sembrato spazzare via tutto questo.

Ma è durato poco. Poi sono ricominciate le rivalità fra Nord e Sud scambiandoci appellativi da untori a indesiderati soprattutto nei confronti degli stranieri, considerati erroneamente responsabili di aver diffuso il virus e di poterlo anche moltiplicare.

Cavalcare l’odio attraverso l’ignoranza che porta all’invidia perché teme il confronto, trasformando le proprie deboli idee in verità assolute: ecco il sovranista fondamentalista che semplifica tutto per il timore di non reggere il confronto, preferendo soffiare sulla paura per raccogliere consenso a basso prezzo e con grande facilità.

Di qui si apre la strada al fanatismo: compiere il male in nome del bene, utilizzando anche simboli religiosi. E’ il sonno della ragione a favore del risveglio della pancia, il ventre molle permeabile ad ogni indigestione di inciviltà. L’uomo da animale sociale, come piaceva ad Aristotele, si è trasformato in semplice animale, aizzato come un cane rabbioso da politici irresponsabili.

Lo psicanalista Massimo Recalcati dice che la libertà è “il luogo elettivo dell’angoscia di fronte al dilemma della scelta”. Ma c’è ci la confonde con l’arbitrio, la volontà di potenza e si pone al di sopra della legge che fissa limiti ai comportamenti umani. “Tocca alla politica lavorare sul senso del limite per costruire non un’utopistica e impossibile comunità di uguali, ma un sistema di equità fra soggetti disuguali”. Perciò il populismo non vuole l’equilibrio, ma la disparità in nome di una falsa uguaglianza. Non vuole la mediazione dalla quale uscirebbe sconfitto, ma impone le proprie tesi in nome del popolo assunto a giustiziere, per scatenare l’invidia sociale contro i simboli della democrazia, in una soluzione anti istituzionale continua. E questo porta allo scontro in una situazione delicata di emergenza sociale, approfittando della mancanza di una politica del lavoro. Ci si affida alla buona volontà di qualche imprenditore, e magari lo si finanzia, per permettergli di assumere, creando nuovi posti di lavoro. Ma lui capitalizza i contributi pubblici e non li rimette in circolo, ma in cassaforte, magari all’estero in qualche paradiso fiscale.

Ecco perché le mosse del governo in questo momento sono fondamentali per sviluppare un futuro post-pandemico che dovrà avere tra gli obiettivi prioritari, la lotta alla povertà attraverso una crescita economica più robusta. I sistemi di welfare occidentali dovranno essere rivisti in chiave universalistica di fronte alle evidenti e crescenti disuguaglianze. I sistemi sanitari dovranno essere rafforzati, dando più spazio al pubblico e meno al privato, invertendo la logica della famosa sanità lombarda che ha fatto danni favorendo la corruzione e ha dimostrato tutta la sua fragilità, pagando il prezzo più alto in termini di contagi e di vite umane.

La scienza e l’istruzione, le competenze, aumenteranno nella scala dei valori sociali, mentre questa situazione farà emergere nuove competenze e nuove aziende, con business prima sconosciuti. Alcuni settori dovranno reinventarsi puntando allo smart working e perfino le abitazioni cambieranno il loro arredamento e la collocazione delle stanze che dovranno ospitare il lavoro da casa.

Il virus ha avuto la capacità di costringere a fare i conti con noi stessi, col modo di lavorare, di divertirci, di vivere, facendo esplodere le contraddizioni ed emergere quegli scogli sui quali abbiamo navigato quando la marea era alta.

Ne usciremo migliori? Albert Camus ha scritto: “Ciò che è vero per tutti i mali del pianeta, è vero anche per la peste. Aiuta gli uomini a elevarsi al di sopra di se stessi”. Ma occorre fermarsi un attimo a riflettere, studiando i punti deboli della società, per capire la sua struttura sociale, oggi profondamente individualistica, ma che deve essere trasformata in una esistenza più condivisa.

Sono queste le occasioni in cui “il mondo può vessarti, la gente può cavarti il sangue, ma tu reagirai eroicamente e cambierai questo stato di cose. Procedi per libere associazioni. Ricorda i tuoi sogni”, diceva Woody Allen.

L’uscita dalla crisi non sarà rapida come il suo ingresso, quello che ci sembrava assurdo o eccezionale, oggi è diventato il nostro sistema di vita quotidiano: le code alla posta e al supermercato, le scuole dimezzate, la polizia che ci controlla per strada, i trasporti ridotti. E un’esistenza scandita dalle mascherine e da un’economia da confinamento, legata a ciò che è on demand, su richiesta, ordinabile da casa, chiesto on line e dalla logica del distanziamento sociale perenne. Alcune cose non torneranno più e le dimenticheremo in fretta.

A pagare il prezzo più alto saranno, come sempre le fasce più povere e deboli, come gli anziani e gli immunodepressi che verranno collocati altrove durante le crisi. Il costo umano della pandemia, come scrive Branko Milanovic su Foreign Affairs, potrebbe portare alla disintegrazione sociale. Coloro che resteranno senza speranza, senza lavoro e senza asset potrebbero facilmente prendersela con chi sta meglio. Già oggi, circa il 30 per cento degli americani ha ricchezza pari a zero o negativa (cioè in debito)”. In Italia la situazione è peggiore.
Vivremo in un mondo più freddo, sospettoso e conformista, dove le tentazioni autoritarie si rafforzeranno, la vita in comune si ridurrà, mentre si svilupperà la tendenza contraria all’urbanesimo, con la fuga dalle città verso le aree di campagna, che favoriscono il distanziamento sociale e anche urbano.

In economia crescerà la statalizzazione, con meno spazio all’iniziativa privata libera, perché le classi sociali chiederanno maggiore tutela allo Stato.

Siamo pronti a questo cambiamento? Se sì, avremo dei vantaggi collettivi, se no, continueremo a comportarci come prima e il virus ci aspetterà dietro l’angolo per colpirci ancora. E risollevarci, questa volta, sarà molto più difficile.

Felice de Sanctis

© Riproduzione riservata

Autore: Felice de Sanctis
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