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Cosmai e Fazio vittime di mafia: ecco le loro storie raccontate a Molfetta con l’Associazione “Libera”
Tiziana Palazzo, Franca Carlucci e Pinuccio Fazio
15 aprile 2019

MOLFETTA – Cosa hanno in comune il direttore di un carcere e un ragazzo di Bari vecchia ucciso per errore?

Sono entrambi vittime di mafia. Ecco le loro storie raccontate nella Giornata nazionale della memoria per le vittime della mafia (sono 1.011 finora), promossa dall’Associazione “Libera” di don Luigi Ciotti a Brindisi con la partecipazione anche di una delegazione del Comune di Molfetta e degli studenti dell’Itet “Salvemini”.

A Molfetta il presidio di “Libera” è presente dal 2010. Tra fondatori vi sono Franca Carlucci, Vincenzo Mastromauro, Sergio Amato, Mario Capurso.

Senso civico, attenzione alle tematiche, passione, impegno distinguono il lavoro del presidio, promotore di numerose iniziative legate alla cultura della legalità. In occasione della Giornata e dell'impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie il presidio ha organizzato un incontro, nella sala conferenze comunale, con la signora Tiziana Palazzo e Michele Fazio. Tiziana Palazzo è la moglie di Sergio Cosmai, direttore del carcere di Potenza, assassinato nel 1985. Pinuccio Fazio è il padre di Michele Fazio, ucciso per errore, nel 2001, in un violento scontro tra clan nel centro storico di Bari. L’incontro è stato dedicato al loro ricordo.

Sergio Cosmai, nasce a Bisceglie nel 1945, lui e Tiziana vivevano a Cosenza dove dirigeva l’istituto penale. Cosmai lavorava diligentemente, avevano una bambina di nome Rossella, che aveva quasi tre anni ed erano in attesa del secondo figlio. Nell’istituto di pena, prima allocato in una struttura fatiscente, entrava di tutto: donne, droga, armi, ogni cosa che i capi delle organizzazioni criminali desiderassero. I detenuti furono poi trasferiti in una nuova struttura, di cui Cosmai assunse la direzione. Si impegnò da subito per ripristinare una situazione di legalità e ristabilire la priorità dello Stato sull’arroganza dei mafiosi. Trasferiti nel nuovo carcere e con la nuova direzione i detenuti cominciarono a sentirsi realmente reclusi.

Sergio Cosmai aveva il pugno di ferro come direttore, appariva duro o forse non lo era, semplicemente, dice la moglie, impersonava lo Stato, era un funzionario che applicava le norme ma che mostrava anche grande attenzione verso i detenuti. Cosmai non riconobbe mai privilegi ai boss a differenza di chi lo aveva preceduto. Ripristinò l’ordine, le perquisizioni sui famigliari furono accuratissime allo scopo di impedire l’introduzione di armi e droga. Le dosi erano nascoste negli orologi? Lui ordinava di smontarli pezzo per pezzo.

La fornitura dei generi alimentari al carcere, affidata alla moglie di un detenuto, le fu sottratta. La richiesta dello champagne, ad esempio, simboleggiava il potere dei capi ed era stata sempre accordata, prima del suo arrivo. Il direttore Cosmai imposta un’opera di controllo seria e severa sulla struttura ma era isolato e le istituzioni erano distanti. Era un bersaglio. Mancano ancora molti anni alla morte di Falcone e di Borsellino, non vi era sensibilità, attenzione su vicende simili anche da parte dell’opinione pubblica, sostiene sua moglie. Sergio Cosmai, in ogni caso, va avanti, continua la sua opera, smembra le cosche in carceri diverse, ordina frequenti trasferimenti, indebolisce il potere dei clan, interrompe i rapporti famigliari. Ciò desta grandissima irritazione da parte dei capi clan abituati a controllare lo Stato.

Tiziana narra la dinamica dell’agguato. Il marito era andato a prendere la sua figliola da scuola, la gente era a tavola in quel momento, era ora di pranzo, i suoi sicari lo attesero, gli spararono e un colpo alla nuca gli fu fatale, un colpo volutamente mortale. Sergio Cosmai muore il giorno dopo. Gli assassini furono arrestati da Nicola Calipari, grande servitore dello Stato, tanti anni più tardi morirà in Iraq per fare da scudo col suo corpo alla giornalista Giuliana Sgrena che ebbe salva la vita.

Il boss mafioso Franco Perna, che era stato il mandante dell’assassinio, voleva partecipare all’agguato, stabilirne i dettagli organizzativi, sfregiare personalmente il viso al Direttore con un fucile a canne mozze. Gli altri affiliati lo sconsigliarono ma lui rispose: “Dove c’è gusto non c’è perdenza”. Il boss mafioso sarà condannato, nel 2010, all’ergastolo.

La moglie di Cosmai, afferma che solo ora, a distanza di tanti anni, riesce a parlare in pubblico dell’accaduto e a porgere agli altri la propria testimonianza, incoraggiata in questo da Rita Borsellino. Sergio, afferma, non era un eroe, ma semplicemente una persona che non si girava dall’altra parte.

Verso la fine dell’incontro vengono trasmessi dei filmati molto commoventi sull’agguato e sulla morte di Sergio Cosmai. Con riprese d’epoca sono ricostruite gli attimi successivi alla sparatoria ed i soccorsi. Si scorge, con pietà inenarrabile, il volto insanguinato di Sergio sulla barella, con due protezioni ai lati della testa per sorreggerla. Un visione così cruenta da mostrare appieno la spietatezza umana.

Un’altra vittima innocente delle mafie è stato Michele Fazio. Suo padre, Pinuccio Fazio e la sua famiglia, abitano ancora oggi nel centro storico di Bari. Le imposte della loro casa erano sempre serrate, anche in estate, anche quando faceva molto caldo. Pinuccio vietava alla moglie di uscire dal balcone perché fuori, diceva, c’è la “porcheria”, si spacciava, si sparava e si compiva ogni altro genere di crimine.

Anche il 12 luglio del 2001 le imposte erano serrate e, come sempre si soffriva un caldo infernale in casa. Michele Fazio, suo figlio, stava rientrando per mangiare la pizza con i suoi genitori, la pizza era già in forno. All’epoca nel quartiere vecchio di Bari vi erano scontri violenti e quotidiani tra gli affiliati di due clan mafiosi contrapposti. Si sentono, proprio quella sera, tanti colpi di arma da fuoco, bisogna stare attenti, possono arrivare in casa, tutti i componenti della famiglia hanno l’abitudine di abbassarsi perché i colpi sparati a raffica sono un pericolo.

Tutti sono per terra, ma la sorella di Michele poco dopo si alza e intravede, dalle fessure delle imposte, il corpo del fratello per terra in una pozza di sangue. La famiglia Fazio non apparteneva a nessuno dei due clan rivali. Michele verrà trasportato urgentemente in ospedale, nel reparto di rianimazione e lì la sua vita terminerà poco dopo, a soli 15 anni.

Il caso inizialmente viene archiviato ma Pinuccio, padre di Michele, scatena attorno all’uccisione del figlio una grande clamore mediatico, si rivolge alle televisioni, alla stampa locale e nazionale. Parla apertamente con gli inquirenti e dice loro che dovevano vergognarsi: Michele era stato trattato come un figlio di nessuno. Dopo queste denunce un generale arrivò a casa sua e gli promise che non lo avrebbe lasciato solo. Gli assassini furono catturati ad un anno di distanza. Vi furono retate con gli elicotteri nel centro storico di Bari.

Il quartiere oggi è sottratto al controllo dei clan, è rinato, è più vivibile, anche se, in realtà, ancora non completamente libero dalle mafie. Pinuccio Fazio ricorda, commosso, quando Don Ciotti venne a conoscerlo, andarono insieme sulla tomba di Michele, il prete fece allontanare la scorta e lo abbracciò, gli disse di non lasciare Bari, di non far vincere la mafia, gli disse vai per questa strada e io ti seguirò.

Oggi, dice Pinuccio, i balconi della mia casa sono aperti, dopo diciotto anni non vedo più “porcherie” sotto casa mia.

Vincenza Amato

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