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Coco Chanel: la stilista che rivoluzionò l’essere donna, reading teatrale alla Fidapa di Molfetta A cura di Luciana de Palma e Mariella Sivo alla Sala dei Templari per il “Maggio molfettese”
Le attrici Luciana De Palma e Mariella Sivo
15 maggio 2018

 MOLFETTA - “Quale donna se non Coco Chanel avrebbe potuto meglio rappresentare i caratteri della donna negli anni ’40-’50?” Ed è proprio sulla sua figura di donna imprenditrice che l’associazione tutta al femminile Fidapa ha voluto puntare, in occasione del terzo evento della rassegna “Maggio Molfettese”.

La figura della stilista parigina è stata omaggiata, ancora una volta, dalla messa in scena del reading teatrale, a cura di Luciana de Palma e Mariella Sivo, corredato dai multimedia di Nicola Rizzi nella Sala dei Templari.  “Ho chiesto alle mie amiche Luciana e Mariella di poter essere qui oggi perché le definisco portatrici sane di cultura e letteratura. Oltre esercitare la propria professione, sono scrittrici e poetesse ma, nel ruolo di attrici, riescono a realizzare performance capaci di coinvolgere tutto il pubblico!”, ha affermato Maria Teresa Gallo, segretaria dell’associazione Fidapa. 
Ma chi era Coco Chanel, spogliata dei dettagli romanzati della sua vita? Coco Chanel era una donna con la “d” maiuscola che ha rivoluzionato l’essere donna, cambiando irreversibilmente, il modo di vestire e di essere delle donne del XX secolo. Seguendo le linee della biografia di Alfonso Signorini, le interviste d’archivio e le testimonianze personali, le due attrici hanno colto un nuovo aspetto della stilista francese: la sua passione per le lettere. Passione nota anche ai suoi contemporanei, che portò l’intellettuale Roland Barthes a definirla “un nuovo classico da annoverare nel panorama della cultura francese. Lei non scrive con le parole ma con tessuti, forme e colori!”.

Gabrielle Bonheur Chasnel, alias Coco Chanel, fece del dolore che l’afflisse tutta la vita (prima con la morte della madre, poi con l’abbandono del padre, in seguito con l’abbandono della donna nel monastero delle suore del Sacro Cuore, fino alle cocenti delusioni d’amore) il suo riscatto personale. “Sappiate soffrire, sapendo soffrire, si soffre meno…”, diceva, elevando questa emozione negativa a potenza, potenza creatrice e forza d’animo, quid aggiunto che la portò a sbaragliare il mondo intero. Gabrielle sfruttò in maniera costruttiva anche la permanenza in monastero, producendo capi di abbigliamento che richiamassero l’austerità, i colori bianco e nero, i tagli netti e precisi, propri dello stile monacale.

La Chasnel, raggiunta la maggior età, trovò l’impiego di cantante in un caffè-concerto parigino e proprio in questa circostanza le fu affibbiato il nomignolo di “Coco”, che ricordava un verso della canzone con cui era solita esibirsi. Soprannome che divenne ben presto il suo golden ticket per far parte dell’élite parigina: conobbe Etienne Balsan, giocatore di polo e allevatore di cavalli, che divenne il suo primo finanziatore. Grazie alle sue proprietà, Coco imparò a cavalcare e brevettò un indumento che fosse più comodo per andare a cavallo: il pantalone. Il pantalone cambiò drasticamente il quadro della moda femminile: le donne lavoratrici e non, di alto rango o meno, calzavano il pantalone e lo definivano il capo di abbigliamento più comodo mai indossato!

Successivamente, Coco potè dedicarsi alla creazione di capellini: pagliette con lustri, nastrini e camelie che dovessero sdoganare i cappelli strutturati, simili ad impalcature, troppo voluminosi e poco funzionali, propri della “Belle Epoque”.

L’evento che sconvolse Chanel fu l’incontro con Artur Capel, detto Boy, giocatore di polo e migliore amico di Balsan. Nonostante la storia d’amore iniziò in maniera clandestina, i due s’innamorarono follemente e Boy fu il suo secondo finanziatore: i suoi fondi portarono all’apertura della 1ª boutique targata Chanel, al civico 21 di Rue Cambon.

Ma una domanda rimbombava nella sua testa: “Cosa vogliono le donne? Vogliono vestirsi per piacere o per piacersi?” e riuscì a capirle fino in fondo: dando la possibilità a tutte le donne, di qualsiasi estrazione sociale, di sentirsi femminili. Non è mai stata una sarta, non ha mai saputo cucire, ha operato attraverso la sua fantasia: scolpendo modelli, tagliando le stoffe e cercando di conformarle al manichino per poi farle cucire da sarti sapienti. Lanciò il primo abito: un vestito di velluto nero, con colletto bianco; la moda marinaresca perché fu colpita dal tessuto traspirante delle divise di militari di Deauville. Seguiva pedissequamente i dettami del suo gusto e della praticità: brevettò un costume da bagno più corto e più attillato, che evidenziasse la silhoutte femminile; accorciò l’orlo delle gonne prima a sotto il ginocchio e dopo sopra il ginocchio e riuscì a rendere il tessuto jersey, decretato troppo grezzo per confezionare abiti di lusso, un tessuto utilizzato per ogni tipo di capo di abbigliamento, in quanto durante la Prima Guerra Mondiale non erano reperibili le stoffe pregiate.

Inoltre, conobbe la pianista polacca Misia Sert, la quale divenne confidenze, amica e modella della stilista e la introdusse nei circoli intellettuali: luogo in cui Coco conobbe Dalì, con il quale intrattenne una relazione passionale clandestina. Tuttavia, nonostante fosse segnata dall’abbandono di Boy che sposò una donna del suo rango e i lutti dello stesso Boy e delle due sorelle, non si perse d’animo e continuò a dettare le leggi della nuova moda femminile: dal momento che la sua attività era avviata e aveva aperto una serie di boutique in Francia in America, risanò i suoi debiti e si mise in proprio.

Lanciò la moda del capello corto (poiché dovette tagliarsi i capelli in quanto bruciati sui fornelli), il tweed scozzese (dopo una relazione con il duca di Westminster); il tubino nero: capo elegante ma poco costoso, senza tempo e che esalta la figura femminile.

Si dedicò anche alle realizzazione di accessori e gioielli: come non menzionare la borsa 2.55 (ideata nel febbraio del 1955), chiamata anche Boybag (in memoria dell’amore della sua vita) trapuntata e con la tracolla in catene che diventerà un must have delle dive hollywoodiane, il rinomato profumo “Chanel n.5”, creato per lei da un chimico che usò le fragranze di fiori di gelsomino e rosa insieme ad alcune particelle sintetiche, prodotto che diventò l’emblema dell’eleganza e della femminilità, insieme alla creazione di gioielli prima di bigiotteria ed, inseguito, d’oreficeria, di cui facevano parte le mitiche collane di perle a più giri, impreziosite da spille che raffiguravano la camelia, emblema della sua griffe.

Gabrielle morì senza eredi, in quanto nubile e sterile e lasciò tutto il suo patrimonio alla fondazione Coga: holding che forniva fondi a pensionati e orfani e finanziava artisti. Il mito di Chanel si è conservato, si conserva e si conserverà nel tempo visto che la mason Chanel continua ad essere famosa in tutto il mondo, dotata quasi di un elisir di lunga vita che le permette di spendere in ogni tempo ed in ogni luogo.

Il reading si è concluso con la lettura della poesia “Enivrez-Vous” (Ubriacatevi) di Charles Baudelair, invitando la platea a “inebriarsi” delle proprie passioni, seguendo l’esempio di Chanel: “Per non essere gli schiavi martirizzati del tempo, inebriatevi! Inebriatevi senza smettere! Di vino, di poesia, di amore o di virtù, a piacer vostro”. 
 Infine i ringraziamenti ed i saluti della Presidente della Fidapa, Vanna La Martire, hanno congedato l’uditorio.

© Riproduzione riservata

Autore: Marina Francesca Altomare
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