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Che fine ha fatto il futuro? La sociologa Marina Mastropierro ha presentato il suo libro al “Ghigno” di Molfetta
Minervini, Mastropierro, Vulcano, De Marco
23 luglio 2019

MOLFETTA - “Che fine ha fatto il futuro?” è la domanda ridondante che si pone ogni generazione possibile e immaginabile che si approccia al difficile mondo del lavoro, nonché il titolo del libro di Marina Mastropierro, cultrice della materia all’università “La Sapienza” di Roma.

«In continuità tematica con il topic del futuro, selezionato per la rassegna Storie italiane della libreria “Il Ghigno” nell’anno corrente, il libro ci offre un parterre di stimoli e riflessioni sui percorsi dei giovani adulti che si approcciano alla fase dell’adultità», introduce la prof.ssa Isabella de Marco del Ghigno.

«Il lavoro è interessante: soprattutto perché nasce dal lavoro di dottorato dell’autrice ma è rivolto ad un pubblico più ampio. Denso e abile, si focalizza sul soggetto dei giovani adulti, i quali diventano attori collettivi, deprivati di autonomia e del disconosciuto futuro ideale. Contestualizzato nella lettura culturalista dei “future studies”, si può suddividere in 4 sezioni: la prima si incentra sulla struttura demografica e sugli stili di vita dei giovani adulti in un tessuto sociale in cui le politiche economiche dovrebbero smuovere la situazione di stasi; la seconda sezione si incentra sull’avvento delle politiche di attivazione (empowerment) e sulla definizione di “società del merito” in cui gli individui che la compongono competono per il proprio posto al sole a suon di competenze e performances; la terza sezione si focalizza sulle biografie degli attori collettivi e la quarta, inaspettatamente, fornisce indirizzi di policy”, afferma il sociologo e professore universitario Dario Minervini.

Il parere dell’accademico prospetta l’opera come un libro giallo in cui le vittime sono i giovani adulti e gli assassini sono le politiche pubbliche che non si sono preoccupate del futuro dei soggetti a partire dal 1975 circa.

“Mi sono focalizzata nel mio lavoro di dottorato con il prof. Giovanni Battista Sgritta, intrapreso nel 2013, sulla ricerca teorica e sociologica delle generazioni a cavallo tra il 1975 ed il 1985. Il titolo parlante esprime al meglio il diritto negato alla costruzione del futuro dei giovani adulti, i quali vivono una giovinezza oltre misura perché non riescono ad intraprendere percorsi di autonomia e di adultità in un tempo che sembra non arrivi mai”, afferma l’autrice Marina Mastropierro.

Il sottotitolo “giovani, politiche pubbliche e generazioni”, parlante anch’esso mira ad enfatizzare il ruolo delle politiche pubbliche nella produzione del “ritardo”. Il fenomeno sempre più “innaturale” viene menzionato nella letteratura italiana già negli anni Novanta, negli studi dell’Istituto Iard, grazie ai lavori del sociologo Alessandro Cavalli. L’inversione di rotta delle politiche pubbliche, rispetto a quanto accaduto per le giovani generazioni nel secondo dopoguerra, ha determinato nel tempo il seguente quadro attuale: 27/28% di laureati tra i 30 ed i 40 anni rispetto a una media europea del 40,7%, il 26% di giovani neet (né educati, né formati, né professionalizzati) contro il 14% dell’Europa intera. L’Italia si qualifica al terzo posto in merito di tasso di disoccupazione che è pari al 38%, senza contare la situazione del Mezzogiorno che conta il 45/46% di disoccupazione giovanile in alcune aree.

«Si esce dal nido familiare, diventato poi trappola, molto tardi, alla soglia dei 32 anni, non capendo che il primo fattore di cambiamento consta nello modificare l’approccio. I giovani adulti non devono essere più considerati fuori dal contenitore sociale al quale appartengono, dunque le generazioni, ma vanno considerati attori sociali a tutti gli effetti: le generazioni riflettono un preciso tempo storico fatto di propri sistemi di rappresentazione della realtà e di proprie strutture economiche e sociali», dice a gran voce la sociologa Mastropierro.

Non bisogna considerare i cosiddetti young adults come “bamboccioni, apatici, schizzinosi”, ma tematizzare le relazioni di potere e di forza che si nascondono dietro questa narrazione. Il welfare costruito per i giovani del secondo dopoguerra si può definire “welfare una tantum”, cioè un sistema di politiche che ha accompagnato l’arco di vita delle generazioni che sono entrate nel mercato del lavoro durante il Trentennio glorioso. Le trasformazioni che si sono avute dopo: la contrazione delle nascite e l’aumento delle aspettative di vita, insieme ad altri fatti sociali ed economici individuati nel testo, hanno cambiato le condizioni storiche su cui si era fondato quel patto sociale del secondo dopoguerra.

 A partire dagli anni Ottanta si assiste al tramonto della Politica e, dunque, anche delle generazioni. Le politiche pubbliche iniziano a legiferare sui giovani in ambito locale e si afferma in Italia un “modello a macchia di leopardo” che consta in una forte diversità regionale. Si affermano in anni più recenti le politiche di attivazione o di empowerment.

«Nel mio studio di caso mi sono focalizzata sulla Regione Puglia e sulla simulazione di un campione tipologico che ha partecipato al programma di politiche giovanili “Bollenti Spiriti”.

Le parole entusiastiche della segretaria regionale del sindacato CGIL Puglia, Maria Giorgia Vulcano, hanno concluso l’evento letterario: «I giovani non sono solo un fattore anagrafico, ma il futuro di un Paese che non investe nelle generazioni e che manca di piano strategico nell’ambito economico. Dal lontano 2008, anno in cui ero studentessa presso l’Università, ci siamo sempre barricati dietro lo slogan “Noi la crisi non la paghiamo”, penso che quella partita iniziata più di 10 anni fa non sia conclusa, c’è ancora tempo per il riscatto”. La segretaria CGIL sprona ad un riscatto che deve essere attuato attraverso strumenti di intervento proficui.

Tira le somme sui dati raccapriccianti che registrano come 1 giovane su 4 abbandoni gli studi perché non può permettersi di continuare a portarli avanti, per affacciarsi in politiche economiche come “Garanzia giovani”, poi conclusasi in un vero e proprio flop. Riflettendo sulla definizione di potere stesso, da sempre denigrato come losco o nemico da scongiurare, bisogna cambiare ottica e pensare che ognuno di noi ha molto potere che si riflette sulla propria condizione e sulla condizione della collettività. I diritti di studio, formazione e lavoro continuano ad essere diritti da cautelare, in un’ottica di potere decentralizzato e redistribuito equamente negli spazi sociali, culturali e lavorativi.

Il quadro sociale ed economico tracciato dall’autrice Marina Mastropierro non si discosta molto dalla situazione attuale degli young adults, laureati o meno, che confluiscono e deperiscono nelle grandi cisterne dei call center, unici fornitori di lavoro.

La domanda rimane sempre la stessa: “Che fine ha fatto il futuro dei giovani? Ai posteri l’ardua sentenza!”

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