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Caro Direttore, lei vede la luce in fondo al tunnel del coronavirus? Un lettore di Molfetta scrive a “Quindici”
Felice de Sanctis, direttore di "Quindici"
16 aprile 2020

 MOLFETTA – Un lettore scrive a “Quindici” per avere un’opinione del direttore sulla fine dell’emergenza coronavirus anche a Molfetta.

«Caro Direttore,
mi scusi se mi rivolgo a lei. Ho stima e fiducia nella sua persona e nel suo lavoro, quello di giornalista, che oggi, in tempo di coronavirus, è stato rivalutato. Certo, non è un lavoro eroico come quello dei medici e degli infermieri, ma è essenziale in questo periodo.

Senza l’informazione come avremmo fatto noi cittadini a conoscere la realtà terribile di questo virus e soprattutto le precauzioni da adottare per difenderci dal male e non farlo diffondere?

Premesso questo, le chiedo: lei vede una luce in fondo al tunnel che sembra essere sempre più buio e profondo?

Lei che fa il giornalista e dirige un giornale, dovrebbe avere più di noi il polso della situazione e capire come sta andando. Tutti dicono: nulla sarà più come prima. Ne è convinto anche lei dott. De Santis? In questo clima di tanti venditori di fumo, che parlano a sproposito e confondono le idee, cavalcano la paura della gente solo per guadagnare voti, forse i giornalisti, categoria non sempre benemerita, ma anche spesso bistrattata, possono rappresentare una luce nel buio delle idee e della paura alimentati ad arte.

Mi scusi per questa lettera, ma mi è venuta dal cuore, forse perché in questi giorni tristi di clausura domestica, penso a chi ha la possibilità di guardare oltre l’orizzonte.

Spero non cestini questa lettera, ma mi dia una risposta. Chissà che non ne nasca un dialogo anche con altri lettori, in questi tempi in cui il dialogo è diventato merce rara.

Buone cose e grazie del suo lavoro».

Angela Altomare.

 

Gentile Signora,

ho tenuto in frigo per diversi giorni, non ci piacciono i complimenti. Ci sentiamo gratificati solo per svolgere un servizio pubblico gratuito e volontario al servizio dei cittadini e della città. Poi, dopo la sua, me ne sono arrivate altre e ho pensato che non potevo ignorare la voce dei lettori. Allora, meglio creare una rubrica della posta dei lettori, come si faceva una volta sui giornali tradizionali. Certo il web è più veloce, anche nei commenti, ma può essere veloce anche nelle risposte e si può creerà un dialogo, come anche lei auspica, coinvolgendo anche altri lettori e cittadini.
Bene, veniamo alla sua lettera. Mi ha colpito molto. E mi ha meravigliato ancora di più. In tempi in cui il nostro lavoro viene maltrattato, anche per colpa di colleghi che ne hanno fatto uno strumento al servizio della politica della paura, ricevere una lettera di fiducia, appare addirittura incredibile. E in realtà lo è.

Non sono, né voglio essere né dispensatore di verità, né profeta. Il mio compito è quello di essere, come insegnava Enzo Biagi, testimone del tempo. Ed è quello che anche nel nostro piccolo, cerchiamo di fare ogni giorno.

Quindi quello che le scrivo è il frutto dei miei pensieri, ma anche dei miei dubbi. Non ho certezze, né piccole di verità o di saggezza, sono solo un osservatore del mondo, da una finestra privilegiata, come è quella di un giornale. A queste osservazioni, aggiungo l’esperienza di 50 anni di mestiere, che mi hanno permesso di conoscere qualcosa in più della realtà che ci circonda e di conoscere anche l’animo umano. E di questo sono grato al mio lavoro.

Bene, tolte le premesse ad evitare una fiducia che ritengo eccessiva e non meritata, rispondo alle sue domande, che, in realtà, esprimono anch’esse legittimi dubbi.

Vedo la luce in fondo al tunnel, soprattutto ora a distanza di alcuni giorni dalla sua lettera. Come in tanti periodi della storia, alle tenebre segue sempre la luce, che diventa sempre più forte, quando la speranza e la fiducia nell’uomo si fanno più concrete. Non è uno slogan quello di dire che ne verremo fuori: è una certezza. Occorre crederci e soprattutto occorre ragionare con la testa, non con l’impulso, il sentimento e perfino il cuore.

Con tanti ciarlatani in giro, non è facile, ma se ci riappropriamo della nostra capacità di ragionare, lasciando da parte ansie e paure, legittime, ma pericolose, possiamo venirne fuori. Insieme. E questo è importante. Insieme sta divenendo una parola abusata in questi giorni: ma quanti ci credono realmente, magari tornando ad essere egoisti il giorno dopo? E’ difficile mettere in pratica questo avverbio.

Certo, nulla sarà più come prima, ma non è detto che sia peggio di prima, con il risorgere di nazionalismi con la chiusura delle frontiere per apura dell’altro. Allora avremo fatto passi indietro di secoli. Ecco perché potrà e dovrà essere meglio, ma sta a noi far sì che ci sia una rinascita positiva, buttando via tutte le scorie accumulate in questi anni.

All’inizio non sarà facile: l’economia soffrirà parecchio, ma la volontà di superare il momento critico dovrà avere la prevalenza.

E soprattutto ci permetterà di distinguere l’utile dall’inutile, il buono dal cattivo e di scegliere la strada migliore. Dobbiamo, però, riscoprire o scoprire il senso di sentirci parte di una comunità senza invidie e senza ipocrisie. Ha ragione papa Francesco: ci si salva tutti insieme.

Passerà la nottata, speriamo che ci rimanga la memoria e il coronavirus resterà solo un terribile ricordo, ma che rafforzerà il fronte della prevenzione, portandoci a spendere meno soldi per le armi e più soldi per la salute. Abbiamo l’occasione di fare un mondo migliore, più solidale, più consapevole dei limiti umani.

Due gli scenari futuri: maggiore solidarietà e senso della comunità o un maggiore isolamento ed egoismo. Sta a noi scegliere la prima che è la strada migliore, isolando gli egoisti e i razzisti. L’altra preparerebbe solo un’altra sconfitta, quando un nuovo virus, che non conosce limiti di confine, potrebbe avere effetti devastanti, più di una guerra nucleare.

Spero di aver risposto ai suoi dubbi, con la certezza che non ho, ma con la speranza che si può uscire dal tunnel. Tutti insieme.

Cordialità

Felice de Sanctis

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