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Camaleonti senza vergogna a Molfetta
23 febbraio 2021

 “Quindici” accoglie l’invito di alcuni lettori della rivista che ogni mese è in edicola a Molfetta, a pubblicare sul web, dopo qualche mese, alcuni degli articoli apparsi sul cartaceo, per renderli fruibili a un numero maggiore di gente, soprattutto quando i loro contenuti consentono spunti di riflessione utili alla crescita complessiva.
Riportiamo oggi l’editoriale del direttore Felice de Sanctis pubblicato nel numero del mese di settembre 2020 che racconta la mutazione di alcuni politici, oggi emarginati per non aver raggiunto il risultato sperato e i politici locali cambiano di nuovo pelle come i camaleonti.

 

Camaleonti senza vergogna

La politica a Molfetta non esiste più. C’è solo il mercato delle vacche, con personaggi senza dignità che passano da un fronte all’altro in cambio di qualche prebenda. L’illusione del potere spinge gli uomini ad un becero servilismo, si fanno ascari del potente di turno.

Già Antonio Gramsci definiva ascari i deputati delle maggioranze privi di un preciso programma o indirizzo politico: “In Parlamento diventò uno dei tanti ascari taciturni, una macchina per votare”.

Quel “servilismo prezzolato del ceto intellettuale meridionale, che frena lo sviluppo di questo territorio da decenni”. Ma oggi non siamo più di fronte a un ceto intellettuale, ma a sergenti che aspirano a diventare generali, che non sarebbe uno scandalo, anzi, ma sono sottufficiali senza quelle qualità necessarie al comando o alla guida del paese.

Molfetta dovrebbe ricordare, invece, le parole del suo grande storico dimenticato, Gaetano Salvemini, del quale qualcuno dei personaggi politici attuali crede di identificarsi, comportandosi, però, nella maniera opposta a quella predicata dal nostro antifascista socialista.

In altre occasioni abbiamo riportato questa citazione, ma ci piace ripeterla, per coloro che l’hanno dimenticata, e che fa riferimento a quelle clientele costrette in passato nell’angolo, che oggi hanno ripreso vigore e hanno puntato su mediocri figure, le uniche di facile manovrabilità. «Naturalmente, i deputati eletti da queste clientele fameliche non hanno bisogno di essere né uomini di ingegno, né uomini onesti, né figure politiche nettamente determinate. Tutt’altro. Per rispondere ai bisogni degli elettori bastano, anzi occorrono, degli sbriga-faccende qualunque, senza scrupoli, senza convinzioni personali e senza dignità. […] La sola domanda che il piccolo-borghese intellettuale e affamato si propone nell’atto di votare è “Il mio candidato è in grado di procurarmi l’impiego?” Oppure: quale tra i due candidati può ottenere il trasferimento per il commesso catastale, fidanzato di mia sorella, in modo che io mi possa sbarazzare al più presto di quest’altra mangiapane? […] La corruzione il Governo la fa, non solo permettendo la compera dei voti, ma distribuendo per mezzo del deputato ministeriale, impieghi, porti d’arme, grazie sovrane, condoni di imposte, sviamenti di processi etc.». E’ sempre Gaetano Salvemini a scrivere parole che sembrano riferirsi ad oggi.

Questi uomini passano da destra a sinistra da un gruppo a un altro (non si parla più di partiti, gli unici che riconosce la Costituzione) alla ricerca del padrone migliore o più generoso. Oppure si credono furbi e sfruttano il padrone di sinistra finché è possibile, rimediando incarichi di sottogoverno, per poi passare a quello di destra (in soccorso del probabile vincitore) per lucrare altri incarichi.

Ed è insopportabile il moralismo ipocrita che viene portato a giustificazione di questi repentini e rocamboleschi cambi di casacca (bisogna essere anche veggenti e veloci nel salto della quaglia): il bene della città; il progresso della popolazione e chiacchiere simili.

Non c’è visione politica, ma mercato delle vacche a chi offre di più. Non servono uomini di ingegno o figure politiche autorevoli, bastano gli sbrigafaccende utili sia a sinistra (com’è avvenuto con la caduta del sindaco Paola Natalicchio), come a destra (come non avverrà con Tommaso Minervini, schieratosi subito col possibile vincitore, dopo aver ottenuto i finanziamenti da Emiliano).

E sì, perché la politica oggi funziona così e lo hanno dichiarato gli stessi amministratori attuali: se hai l’amico in regione, arrivano i soldi, altrimenti devi aspettare il prossimo turno. Ma una volta ottenuti i soldi, non c’è nemmeno quella che una volta si definiva “gratitudine”: si passa all’altro fronte, dimenticando il passato. Camaleonti senza vergogna.

Eppure non si può sostenere che i concetti di sinistra e destra non esistano più. Forse non servono più nell’attuale società dove l’etica è una parola dimenticata. In realtà, non vogliamo chiamarli con i vecchi termini di sinistra e destra, ma si tratta pur sempre di modelli di società profondamente diversi. La differenza è fra l’io oggi e il noi domani, fra l’interesse particolare e quello generale.

Del resto se ci guardiamo intorno, chi si propone oggi nel centrodestra è quel Raffaele Fitto, che da riciclato della Dc è passato a Berlusconi, poi a Salvini e oggi alla Meloni. I programmi? Sono tutti flessibili, come direbbe qualche amministratore che, in politica, è stato campione di opportunismo da Fini a Meloni, passando per una presunta sinistra, quando era utile ad arrivare al potere, mai con la sinistra, sempre con la destra, che è più brava nelle ricompense politiche.

Tutto per raccogliere le briciole da sotto un tavolo di un pasto che loro si augurano abbondante. Ma non parlateci di classe dirigente, ma solo di abili sbrigafaccende che oggi si arruolano tra i fascioleghisti che spazzeranno via ogni speranza di riscatto del Sud, facendone un feudo del Nord, senza possibilità di ribellione, come almeno avviene oggi e soprattutto senza dignità, solo vassallaggio. Non a caso il modello di questi personaggi è quello di Putin, abituato ad avvelenare gli avversari o a farli rapire e sparire, per non essere disturbato.

La scelta, quindi, è fra la democrazia e la dittatura soft, senza visione politica, né programmi, non più politica alta, come si chiamava una volta questa nobile arte, ma politica di scambio con protagonisti quelli che erano le terze e le quarte file di un tempo. E’ come se il bidello si fa professore, l’infermiere, primario, l’usciere, dirigente; il galoppino, manager; il servo, padrone. Sempre a caccia di briciole.

Ma per favore, risparmiateci la retorica da quattro soldi, come la definisce il nostro Giacomo Pisani, in un articolo che potete leggere nella altre pagine e la foglia di fico che perfino un ex partito come il Pd (diventato lista civica a favor di poltrone) cerca di utilizzare per coprire le sue vergogne di tacer obbedendo, e in pratica legittimando questo governo cittadino.

Forse un po’ di vergogna il Pd l’ha provata e ha chiesto la verifica al sindaco, ma senza fretta, magari dopo le elezioni, per vedere come va a finire e, come dice qualcuno, “non sono abituato a perdere”, “voglio stare sempre con i vincitori”.

Sollecitato dai Giovani Democratici, il massimo che il vertice del partito riesce a fare, è approvare un documento col quale si invita il sindaco ad avviare una verifica politico-amministrativa, al più presto (dopo le elezioni? ndr). Ma il sindaco fa sapere che ha già scelto: sta con la destra e con Saverio Tammacco.

Insomma, salviamo le poltrone dicono Piergiovanni e Facchini del Pd, andiamo al voto nell’attuale ambiguità, poi vediamo chi vince e ci regoliamo. E’ questo il frutto di un’assemblea, molto sibillina, forse molto democristiana, che si conclude con un documento che non dice nulla, se non che l’ingresso di Pino Amato in maggioranza, non è gradito e soprattutto che il Pd è stato lasciato fuori da questa decisione di allargamento di un altro voltagabbana che ieri stava con Antonio Azzollini e oggi sta con Tammacco (ma la coerenza non è il forte di questo personaggio politico dalle facili conversioni).

In pratica, il Pd ammette di essere stato messo da parte dalla coalizione di destra che si è perfino coperta le spalle nel caso di abbandono del Pd, con il voto utile dell’impresentabile politico Pino Amato, ma continua a rivendicare un ruolo che non ha più (se mai lo ha avuto in passato).

E’ lo stesso sindaco Tommaso Minervini a fare atto di fede nella coalizione di destra e a farsi quasi garante del tradimento a Michele Emiliano, scaricando il Pd: «Non ci sono problemi di tenuta della mia (sua o di Tammacco? ndr) maggioranza. Siamo stati eletti con un gruppo di liste civiche insieme all’appoggio del Pd (considerato, quindi alla stessa stregua – come “Quindici” ha sempre affermato – di una lista civica qualunque) e abbiamo il diritto e dovere di essere rappresentati in consiglio regionale (non importa da chi, destra, sinistra, ci va bene anche il diavolo, ndr). Ci sono 16 consiglieri che appoggiano la candidatura di Tammacco, insieme a 6 assessori, motivo per il quale anche il sindaco è in linea con loro».

Altrimenti va a casa.

Felice de Sanctis

© Riproduzione riservata

Autore: Felice de Sanctis
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