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Cala S. Andrea a Molfetta “pornografia urbana” con i chioschi all’aperto. Un lettore scrive a “Quindici”: non c’è più pace per i residenti
Cala S. Andrea
03 settembre 2020

MOLFETTA – Un lettore scrive a “Quindici” per denunciare la situazione di Cala S. Andrea (dietro la capitaneria) dopo che sono stati installati dei chiringuitos (chioschi all’aperto).

«Queste riflessioni nascono dal commento fatto dal parroco del Duomo, don Gino, in calce all’articolo apparso su un blog a proposito dei chiringuitos (chioschi all’aperto) sorti in Cala Sant’Andrea.

Mi vorrei concentrare sul “terremoto” che è arrivato nella Cala, dopo l’installazione dei due chioschi, senza entrare nel merito di permessi e regolarità amministrativa.

Il paesaggio della Cala è mutato. Quando diciamo “paesaggio” diciamo qualcosa di visibile, di esterno a noi, ma che di lì a poco diventa inevitabilmente anche il nostro paesaggio interiore. Noi siamo fatti di ciò che vediamo, di ciò che è fuori di noi e poi lo interiorizziamo. Quando ci immergiamo in un paesaggio contaminato e distonico rispetto all’ambiente circostante, ad una prima reazione rabbiosa, rischiamo di assuefarci, finendo per considerare tollerabile anche ciò che non dovrebbe essere tale. Il processo si innesta nelle nostre menti e nelle nostre anime facendoci sembrare normale ciò che normale non è.

Ma io non voglio che mi succeda tutto questo perché voglio conservare la mia capacità di indignazione, non voglio che il tempo lavi le ferite e risucchi l’oscenità paesaggistica.

Da quando sono nati i due chiringuitos, dopo il tramonto, Cala Sant’Andrea si illumina come un luna park, con file interminabili di luci che stridono violentemente col contesto, dove il silenzio e lo sciabordio del mare è oramai “violentato” dal vociare costante, continuo, fastidioso delle persone. E questo invasivo vociare si protrae fino a tardi creando per i residenti un ennesimo scadimento della qualità della vita.

Ho parlato con uno dei responsabili del primo chiringhuito che ebbe a replicare, di fronte al mio disappunto, che – al contrario - stava riqualificando la zona di Cala Sant’Andrea, rovesciando in modo davvero surreale la situazione. Come se la riqualificazione dovesse necessariamente passare per birre, chiacchiericcio invadente sino alle ore piccole, luci, disturbo della quiete, nel senso più ampio del termine.

Cala Sant’Andrea deve essere considerata un bene di tutti e non può passare l’idea che ognuno possa fare quello che vuole, in nome del denaro, che è il vero motore di tutto ciò che sta accadendo. E questo è un processo grave perché l’idea del bello, l’idea del bene comune da difendere è un’idea che va lentamente degradandosi e sfumando in una deriva che ha come unico obiettivo lo scopo di lucro.

Ma questo accade a Molfetta e mai sarebbe potuto accadere alla vicina Trani. Vi immaginate due chiringhitos nei pressi della cattedrale di Trani? Sarebbe una pornografia urbana cosi come lo è a Molfetta.

I chiringhitos in Cala Sant’Andrea appaiono decontestualizzati e scomposti dal punto di vista urbanistico, così violenti nella loro “architettura rivierasca e spiaggina” al cospetto dei palazzi circostanti e del Duomo silente. Hanno cercato di scimmiottare i chioschi dei caraibi, ma il luogo respinge quelle costruzioni. La ricerca della contemporaneità a tutti i costi, ha fatto fare un clamoroso errore ai nuovi concessionari perché nulla è più pericoloso dell’essere troppo a la page perché si rischia di diventare improvvisamente fuori moda, come dice Oscar Wilde.

Il silenzio serale che accompagnava la Cala Sant’Andrea sarà sempre più mortificato dalla presenza di questi nuovi “barbari”… calatisi per occupare spazi dove prima era padrone il mare, poi la terraferma, ed ora invece una giostra di luci, birre, voci disordinate.

Il silenzio serale è scomparso per fare posto al profitto fastidioso ed invadente. Ma questa non è l’unica modernità possibile, quanto piuttosto un’imposizione a senso unico che ostacola la mia libertà, i miei pensieri e la mia concentrazione, in un abbrutimento che vorrei scrollarmi di dosso.

Loro sono liberi ed io non più, in un gioco che mi vede, come cittadino, perdente ed impotente di fronte all’impudenza altrui.

Tutto si trasforma nella “non” libertà di tenere le finestre aperte d’estate, “non” libertà  di ascoltare musica, “non” libertà di vedere un film in tv,  “non” libertà di leggere un libro.  Il cicaleggio invadente dei frequentatori dei due chiringhitos oramai fa da colonna sonora alla mia vita.

Mi si dice: perchè non monti vetri speciali antirumore e chiudi le tende per non vedere? Risolveresti il problema. Ed invece io dico NO, perchè voglio avere la libertà di tenere le finestre aperte anche di notte e di poter fare le mie scelte, così come loro fanno le proprie, in autonomia.

Mi son chiesto cosa farebbero i proprietari dei chiringhitos se, dopo una giornata di lavoro, qualcuno interrompesse il loro sonno, allo stesso modo in cui loro disturbano ed interrompono il mio.

Ci stanno negando il silenzio, il silenzio non si vede, non si tocca, non si annusa, si può solo sentirlo. Il silenzio non è una semplice assenza della percezione acustica, ma uno stato di elevazione. Il silenzio non dovrebbe essere un privilegio per pochi, ma una condizione prevalente dell’esistenza. Il silenzio è un omaggio che parola rende allo spirito, dice il filosofo Louis Lavelle, ma aggiungo anche che “colui che non comprende il tuo silenzio, non riuscirà a comprendere le tue parole” (Sam Ya). 

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