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Bitcoin e criptovalute fanno l'ingresso in Dichiarazione dei Redditi
01 giugno 2018

 Quando hanno fatto il loro ingresso nel panorama economico mondiale, in molti hanno storto il naso e hanno pensato che si trattasse di una bolla di sapone, ma la performance registrata nel corso del 2017 ha fatto sì che in molti cominciassero a interessarsi alle criptovalute in generale e ai Bitcoin in particolare. Se si considera, del resto, che i fortunati investitori che magari hanno acquistato a gennaio 2017 un bitcoin a 700 Dollari, si sono ritrovati un bene finanziario che valeva 20.000 Dollari a dicembre dello stesso anno e oggi è quotato più di 7000 Dollari, si comprende come il Fisco non potesse rimanere indifferente.

È, infatti, ufficiale: i bitcoin entrano in Dichiarazione dei Redditi, anche se esistono ancora molti dubbi e decise controversie.

 Tanto per cominciare l'Agenzia delle Entrate ha deciso di equiparare le criptovalute alle valute estere, e qui nasce la prima ambiguità, in quanto essendo "monete" che esistono solo sul Web e non si appoggiano a un organo centrale che ne garantisca il valore - possono, infatti, essere utilizzate come mezzo di pagamento solo se gli operatori finanziari sono disponibili ad accettarle - è opinabile l’interpretazione dell’Ente, in quanto è difficile paragonarle  a dollari, sterline, yen, euro e tutte le altre.

Ciò che sembra certo, però, anche se ci stiamo muovendo su un territorio decisamente sdrucciolevole, è che il semplice possesso di criptomonete non deve essere dichiarato; la situazione cambia quando si eseguono operazioni finanziarie che consentono di ottenere guadagni, anche se privati e aziende devono seguire procedure diverse per comunicarlo al Fisco. Vengono tassate, quindi, le cosiddette plusvalenze, quindi l’eventuale ricavato rispetto al prezzo di acquisto che si è sostenuto; l'aliquota è del 26%, ossia quella relativa ai proventi finanziari.

 Nel caso delle imprese, il momento dell'obbligo di comunicazione all'Agenzia delle Entrate scatta quando c'è la chiusura dei bilanci e tutte le plusvalenze riconducibili alla compravendita di criptovalute devono essere sottoposte a tassazione.

Per i privati la situazione è leggermente diversa, in quanto l'Ente parte dal presupposto che un cittadino privato che possiede un pacchetto di criptovalute non faccia attività di trading online, anche se poi nei fatti non è così visto che oggi tutti sono in grado di farlo, grazie a specifiche piattaforme dedicate, come, ad esempio, 24option (maggiori info su http://www.migliorcontocorrente.org/24option.htm). Vi è, quindi, una certa tolleranza e un limite economico al di sotto del quale nessuna tassa è dovuta, ma se il capitale detenuto supera per sette giorni consecutivi lavorativi l'importo di 51.645,69 Euro, anche per il privato l'obbligo di tassare i guadagni ottenuti, ovviamente solo quelli che superano il tetto imposto.

In conclusione il cittadino che ha l’intenzione di “ divertirsi un po'", investendo nei mercati finanziari, può stare tranquillo e non deve denunciare niente se il pacchetto di investimenti che detiene non supera il famigerato limite.

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