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“Aquile Randagie”: proiettato a Molfetta il film sugli scout che hanno fatto la Resistenza al nazifascismo
Una scena del film: l'incontro con Baden Powell
18 novembre 2019

 MOLFETTA - Dietro le divise e i fazzolettoni delle Aquile Randagie non ci sono solo giovani scout di Milano e di Monza che si opposero alla dittatura nazifascista, ma soprattutto persone pronte a riconoscere nell’altro la condizione umana.

Proprio dal nome di questo gruppo, la cui storia è stata purtroppo poco nota per molto tempo, nasce la prima regia di Gianni Aureli, proiettata a Molfetta nella Cittadella degli Artisti.

Diversi interventi, introdotti dal giornalista Felice de Sanctis, direttore di “Quindici” ed ex capo scout, mirati a trasmettere il significato più profondo dello scoutismo, hanno preceduto la proiezione del film: Marilina La Forgia, già Presidente del Comitato Nazionale Agesci, ha presentato lo scoutismo non come sinonimo di eroismo ma come fedeltà alla promessa di aiutare il prossimo in ogni circostanza, mentre le testimonianze della route in Val Codera e delle altre iniziative che fanno parte dello stile di vita degli scout sono state affidate ai giovani del  gruppo Agesci, clan Molfetta 1 e 4. I racconti di Adriana Bufi, Annamaria de Trizio, Valeria Farinola, Cosimo Minervini, Maria Sallustio, Arianna Totaro e Martina Valente si sono trasformate nella prima scena del film, che inquadra un territorio tanto impervio quanto affascinante. Non è altro che il rifugio clandestino, in provincia di Sondrio, dei componenti del gruppo Asci, divenuto Aquile Randagie dopo l’emanazione del decreto di Mussolini nel 1928, con cui si ordinava di sciogliere tutti i gruppi scout.

La determinazione di uno di loro nel pronunciare la promessa proprio quel lontano 9 aprile del ‘28, il coraggio dell’intero gruppo di comportarsi in maniera ordinaria in un periodo straordinario, la voglia di sfidare il proprio tempo con la consapevolezza che è “meglio essere cattivi ragazzi che buoni fascisti”. Questo e molto altro accadde tra il 1928 e il 1945, quando i valori delle Aquile Randagie dovettero convivere con una dittatura spietata, con una Chiesa connivente e con una comunità indifferente, ma per fortuna anche con i principi di Baden Powell, fondatore dello scoutismo, il cui incontro fu fondamentale per trovare la forza di resistere.

Niente avrebbe potuto fermare il buon cuore del caposcout Giulio Uccellini, rimasto sordo da un orecchio dopo un pestaggio ad opera delle camicie nere, la magnanimità di don Ghetti, la cui vocazione riuscì ad andare oltre i comportamenti anomali della Chiesa in una situazione critica, l’intraprendenza di don Giovanni, contraddistinto dalla sua capacità di rischiare, e di quanti si prodigarono assieme a loro per salvare valori e vite.

La loro opera di salvataggio non si limitò al significato meramente fisico del termine: oltre a fornire documenti di identità e certificati di battesimo falsi ad ebrei e a quanti erano perseguitati dal nazifascismo, fornendo loro rifugio in Svizzera grazie a OSCAR (Organizzazione Scout Collocamento Assistenza Ricercati), fondata nel 1943, dopo il 1945 salvarono anche la coscienza di molti uomini.

Quella dei partigiani perché impedirono loro la vendetta contro i nazisti e i fascisti, azione che avrebbe aggiunto solo male al male e dolore al dolore; quella degli assassini stessi perché resero loro la libertà nonostante le atrocità subite, nella speranza che potessero davvero riconoscere davanti a Dio i propri peccati e intraprendere quel cammino interiore che li avrebbe portati a diventare delle persone migliori.

Il film mette in evidenza, attraverso la dolce figura di Elena, anche il ruolo fondamentale che le donne, in qualità di staffette, ricoprirono durante la Resistenza.

Ma l’aspetto più significativo della regia di Aureli riguarda sicuramente il gruppo, visto in due sfaccettature agli antipodi: quello che subisce un fallimento e che sfocia nell’estrema dittatura e quello che, invece, facendo leva sullo sviluppo della propria identità sociale, trasforma l’Io nel Noi, un sentire comune che si alimenta del contribuito di ogni singolo componente del gruppo.

La differenza di questi due contributi nelle pagine più amare della nostra storia porta a comprendere come ci siano stati, e ci siano ancora oggi, contributi che fanno la differenza.

© Riproduzione riservata

Autore: Sara Fiumefreddo
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