Speciale: Il Mezzogiorno d'Italia
Antonio Gramsci. Mezzogiorno e rivoluzione (I parte)
NAPOLI - 6.6.2007 Antonio Gramsci (1891-1937) matura progressivamente la sua identità politico-culturale attraverso tre esperienze fondamentali: la Sardegna degli esclusi, la Torino operaia, la Russia leninista. Giunto a Torino con una borsa di studio, Gramsci (nella foto) “[…] aveva già elaborato, attraverso la pratica della vita sociale sarda, ricca di tensioni e di fermenti, i primi strumenti interpretativi per un approccio critico alla questione meridionale. Gramsci aveva vissuto direttamente e consapevolmente i problemi posti dalla politica protezionista del governo Giolitti – che ebbe l’effetto di mettere in crescente difficoltà l’economia regionale –, aveva aderito alle agitazioni autonomistiche dei sardisti, aveva altresì appreso attraverso gli scritti di Salvemini come fosse possibile un atteggiamento insieme razionale e di opposizione ad una politica che rendeva più poveri i poveri e riversava su di loro le tensioni di una crescita cieca e disordinata”. Tuttavia, solo nella Torino degli scioperi operai contro la guerra, Gramsci ha la possibilità di riflettere criticamente sulle forze sociali e sulle forme di lotta attraverso le quali sarebbe stato possibile costruire il comunismo in Italia. Riflessione che si sviluppa sulle pagine della rivista Ordine Nuovo, fondata dal giovane rivoluzionario sardo insieme a Tasca, Terracini e Togliatti. Secondo Gramsci, il Partito socialista avrebbe potuto svolgere al meglio la sua funzione storica di guida del proletariato solo a patto di rinunciare definitivamente alle sue pratiche parlamentaristiche e riformistiche, per portare la lotta politica direttamente nei luoghi di produzione, trasformando le commissioni interne in consigli di fabbrica, sul modello leninista dei soviet, base di edificazione della futura società comunista. Ma Gramsci è consapevole del fatto che non basta costruire la democrazia di fabbrica per edificare lo Stato socialista, è necessario saldare le campagne alle città con la creazione di istituzioni di contadini poveri. In questo modo, il rivoluzionario sardo riprende la tesi salveminiana del blocco operaio-contadino per volgerla alla sua strategia rivoluzionaria. “Cosa può ottenere – si domanda Gramsci – un contadino povero invadendo una terra incolta o mal coltivata? Senza macchine, senza un’abitazione sul luogo di lavoro, senza credito per attendere il tempo del raccolto, senza istituzioni cooperative che acquistino il raccolto stesso (se il contadino arriva al raccolto senza prima essersi impiccato al più forte arbusto delle boscaglie, o al meno tisico fico selvatico della terra incolta!) e lo salvino dalle grinfie degli usurai, cosa può ottenere il contadino povero dall’invasione? Egli soddisfa, in un primo momento, i suoi istinti di proprietario, sazia la sua primitiva avidità di terra; ma quando s’accorge che le braccia non bastano per scassare una terra che solo la dinamite può squarciare, quando si accorge che sono necessarie le sementi e i concimi e gli strumenti di lavoro, e pensa che nessuno gli darà tutte queste cose indispensabili, e pensa alla serie futura dei giorni e delle notti da passare in una terra senza case, senza acque, con la malaria, il contadino sente la sua impotenza, la sua solitudine, la sua disperata condizione, e diventa un brigante, non un rivoluzionario, diventa un assassino dei ‘signori’, non un lottatore per il comunismo”. Salvatore Lucchese
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