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Aneb, presentato a Molfetta “Le piogge e i ciliegi”- Storia di un uomo straordinario, di Angela De Leo
Il quadro donato alla scrittrice De Leo dalla pittrice Marisa Carabellese
28 ottobre 2018

 MOLFETTA - L’attività culturale dell’Aneb (Associazione Nazionale Educatori Benemeriti) di Molfetta, presieduta dal prof. Michele Laudadio, ha presentato il romanzo autobiografico di Angela De Leo “Le piogge e i ciliegi” – Storia di un uomo straordinario.

L’evento ha avuto luogo nella suggestiva cornice dell’Aula Magna del Seminario Vescovile della città, ed è stato introdotto da due apprezzati collaboratori di “Quindici”: Marisa Carabellese e Marco Ignazio de Santis, accompagnato dalla voce espressiva di Michela Annese.

Il presidente dell’Aneb, il prof. Laudadio dopo aver salutato l’uditorio, ha espresso un vivo apprezzamento per l’opera della scrittrice De Leo, affermando di essere tornato indietro del tempo ad assaporare la cucina tipica pugliese natalizia e a venerare i famosi presepi di cartone, famosi prodotti natalizi della nostra regione.

Marco Ignazio de Santis, già docente di lettere nel Liceo linguistico e pedagogico “Vito Fornari”, redattore di varie riviste italianistiche e dialettali, vincitore di una serie di premi letterari, tra cui il Premio “Umberto Saba” nel 1989 per la raccolta Uomini di sempre, e anche giornalista pubblicista, collaboratore di “Quindici”, ha scritto centinaia di elzeviri e pezzi culturali su quotidiani italiani e svizzeri. L’intellettuale poliedrico ha introdotto con parole d’encomio la scrittrice e l’opera stessa: “Nella popolosa Repubblica delle Lettere, Angela De Leo è una scrittrice di lungo corso: ha scritto 15 sillogi di poesie in lingua italiana e serba, racconti, saggi e monografie di critiche letterarie, recensioni e prefazioni prima dell’ultimo romanzo, predecessore di “La pioggia ed i ciliegi.” In questa istanza ci parla di un uomo straordinario, appartenente al suo passato. E’ Domenico Noviello, nonno materno, altrimenti detto “patronj Minguggj”, figura mitica dell’infanzia dell’autrice, menzionata in altre opere ma a cui per la prima volta dedica un viaggio nel tempo attraverso la vita dei figli di Nonno Mincuccio e dei loro figli”.

L’opera è un romanzo atipico, di formazione sui generis, scritto in prima persona, che può rappresentare un centone di introspezione dell’autrice ma della vita stessa di coloro che vissero nella stessa matassa storica: dalla Seconda Guerra Mondiale al boom economico. E’ un dialogo a distanza, verso una figura che si trova in “altrove ultraterreno”, che poi sfocia nella strategia narrativa del monologo interiore, allietato da sperimentazione metrica, stilistica e linguistica: i caratteri usati nel testo sono il carattere tondo, quello corsivo per le citazioni e le parole dialettali e quello neretto per i titoli dei capitoli e le enunciazioni importanti; il vernacolo bitontino si amalgama con l’italiano in un gioco di voci e registri sublime.

Ma cosa vuol dire “La pioggia ed i ciliegi”?

“La pioggia mi fa sentire sola, cullata dalla mia nostalgia, nella pioggia io ero, sono e rinasco”, la pioggia è sempre stato un piacere condiviso sia dalla scrittrice che dal nonno, i quali amavano osservare il suo modus agendi, incantati dai suoi giochi di luce, odori e rumori; i ciliegi sono gli alberi che più abbondavano nelle terre coltivate da Nonno Mincuccio.

Il patriarca non è l’unico personaggio del romanzo, tutti i personaggi della vita dell’autrice sono icasticamente rappresentati come satelliti intorno alla sua figura e si muovono in due luoghi principali: la casa in via Maggiore a Bitonto, città natale di Angela De Leo, il palazzotto del gelso e delle rose e le terre di Domenico Noviello.

Marisa Carabellese, pittrice e ritrattista molfettese, ha seguito gli studi classici ed è stata avviata a quelli artistici dallo scultore Giulio Cozzoli e per le sue opere ha ottenuto prestigiosi riconoscimenti. Ha curato e prodotto numerose illustrazioni per libri e riviste ed hanno scritto di lei nomi noti del giornalismo, della critica e della storia dell’arte, interessandosi alla sua poetica pittorica. Anche lei è collaboratrice di “Quindici”. La Carabellese espone così il suo parere sull’opera: “Questo libro stimola la coscienza tattile: sembra quasi che la pioggia ti cada addosso, che le ciliegie siano davanti a te, che sia possibile toccarle, odorarle, assaggiarle. Ho rivissuto la mia infanzia e la mia giovinezza: ho ricordato piacevolmente le tradizioni e le filastrocche pugliesi, la figura, ormai quasi estinta, del ciabattino, specificatamente quello ubicato in via Sergio Pansini. Quest’opera mi ha portato nella quarta dimensione: quella del tempo. Il tempo da rivivere, da far nostro, il tempo come un diamante dalle mille sfaccettature in cui ognuno si riconosce e il romanzo di Angela De Leo è l’unico scrigno che può contenere questo diamante”.

L’autrice si è dichiarata felice e entusiasta: “il mio libro mi ha riportata alle voci del passato, alle voci che si esprimevano in dialetto, alla mia infanzia. Il dialetto è la vera voce dell’anima, è la prima voce che abbiamo sentito nel ventre della nostra mamma, la voce dei nostri nonni, la voce del cuore”.

Ed è proprio il dialetto che ha stimolato la sete di conoscenza della scrittrice, sete che è stata prima placata con la lettura e poi definitivamente con la scrittura.

© Riproduzione riservata

Autore: Marina Francesca Altomare
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