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Alla mafia diciamo Noi, un messaggio di legalità agli studenti di Molfetta
Giuseppe Gatti, Francesco Minervini, Gianni Bianco
01 ottobre 2019

MOLFETTA - “Ha paura e ricorre ad attentati stragisti perché costretta, perché ha capito che le coscienze si sono risvegliate”. Ne è convinto e lo afferma con consapevolezza, con la forza di chi la mafia la combatte ogni giorno Giuseppe Gatti, sostituto procuratore della Repubblica presso la Direzione Distrettuale Antimafia di Bari ed è ancor più convinto che la mafia non è geograficamente lontana da noi, a Palermo, a Napoli ma è tra noi. Nell’incontro organizzato dal Presidio Libera contro le mafie di Molfetta, un sostituto procuratore antimafia, un giornalista, un docente e scrittore, introdotti da Sergio Amato, portavoce del Presidio, hanno incontrato gli alunni dell’I.I.S.S. “Mons. Bello”. La presentazione del libro scritto a quattro mani dal Dott. Gatti e dal giornalista di Rai Tre Gianni Bianco è stato l’input per un dialogo-scambio tra chi vive quotidianamente e concretamente la criminalità e chi è destinato, per età, entusiasmo e condivisione di obiettivi, a raccogliere il testimone della memoria.

Alla mafia diciamo NoI”, un libro, una raccolta di testimonianze, senza tecnicismi per dimostrare che la mafia si combatte con il plurale, uniti, con il NOI. Francesco Minervini, docente scrittore, rivendica il ruolo da protagonisti degli attori di questi anni, i giovani, gli alunni delle scuole. Ricorda che il giorno della sua morte, Paolo Borsellino, svegliatosi all’alba, volle approfittare degli attimi di quiete per rispondere ai quesiti di un’alunna di una scuola di Padova che criticava aspramente il suo operato all’indomani della strage di Capaci. Il giudice Borsellino non terminò la sua “difesa” perché aveva stava conducendo le indagini sull’attentato in cui perirono il suo fraterno amico Giovanni con la moglie e gli agenti della scorta e non terminò soprattutto perché quel pomeriggio la mano mafiosa pose fine alla sua esistenza ed a quella dei suoi angeli custodi. Il giudice Borsellino aveva capito che doveva agire in fretta e voleva, per il breve tempo che sapeva essergli concesso, lasciare un messaggio ai giovani delle scuole.

Lo aveva capito anche il Giudice Caponnetto. “E’ tutto finito”, disse stringendo la mano del giornalista che lo attese all’uscita dell’obitorio dove rese omaggio a Paolo, a ciò che restava del suo corpo straziato. I giovani di Palermo, il giorno dei funerali del Giudice e della scorta, si raccolsero attorno al Giudice Caponnetto per chiedergli di non mollare, di continuare ciò che lui aveva iniziato col pool antimafia: Loro c’erano!!  Antonino Caponnetto fece del dialogo con i giovani la sua missione che continuò fino al giorno prima della sua morte, come il generale Dalla Chiesa a Palermo.

La mafia è tra noi, non davanti a noi, sottolineano gli autori perché se fosse davanti a noi, si renderebbe visibile e vulnerabile. La mafia è tra noi e la nostra città ne è amaramente consapevole. Il compianto sindaco Gianni Carnicella è tra le 1050 vittime di mafia registrate dalla strage di Portella della Ginestra nel 1947 perché la mafia non uccide solo giudici, poliziotti, giornalisti ma uccide persone innocenti come Michele Fazio, un ragazzo di sedici, solo sedici anni che si trovò al centro di una faida tra bande rivali di Bari Vecchia, la cui unica colpa era quella di trovarsi sulla via di casa dopo una giornata di onesto lavoro, i cui genitori Pinuccio e Lella non hanno mai smesso di parlare ai giovani, con i giovani affinché  il messaggio arrivi forte e chiaro: la mafia uccide e se non uccide, relega ad una vita in carcere. 

La legalità, affermano Giuseppe Gatti e Gianni Bianco, è una cosa semplice: è un NOI, è uno schierarsi, è il voler applicare l’art. 2 della Costituzione che tutela l’individuo come singolo e come parte di una comunità a cui chiede l’adempimento del dovere di solidarietà. Legalità concreta non concetto astratto. I giovani ne percepiscono la fattibilità e senza tanti giri di parole dicono no! Come Simone di Torre Maura, Simone quindici bellissimi e preziosissimi anni che ha avuto il coraggio di dire no al razzismo e sempre immotivato di chi semina odio: “Non me sta bene che no!”, semplice diretto, sognante, pulito, puro, immacolato, bello, libero, come lui come Simone, come tutti i Simone che ci circondano, figli alunni, ragazzi impegnati nel volontariato che ogni giorno insegnano a noi resi vecchi dal disincanto che la legalità è una cosa semplice naturale e bella.

La legalità è un NOI e “Alla mafia diciamo NOI”.

© Riproduzione riservata

Autore: Beatrice Trogu
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