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A confronto a Molfetta vittima e carnefice: Adriana Faranda dialoga con Agnese Moro Nella Settimana della cultura dedicata ai 25 anni dalla morte di Don Tonino Bello. Realizzata anche una mostra dedicata al “vescovo santo”
Adriana Faranda e Agnese Moro
09 maggio 2018

 MOLFETTA - Perdono, per dono, perdono (coloro che non vincono). Tante accezioni per un’unica parola dai significati uguali e diversi. Dipende… Dipende dalla vita, da quello che ha donato, da quello che ha tolto. Dipende dalle persone incontrate durante un cammino, da quello che hanno donato, da quello che hanno tolto.

Esiste il perdono, quello di Dio per chi crede, degli uomini per gli atei, della giustizia per le vittime? Nessuna certezza, solo dubbi che non verranno chiariti perché non esiste, non può esistere un decalogo del perdono, una ricetta per perdonare e vivere felici e contenti. Come si vive o sopravvive ad una offesa, ad un oltraggio, ad una morte? Nessuno ha la pretesa di dare risposte a situazioni soggettive e personali , nessuno, però il seme gettato può trasformarsi in pianta e crescere nelle coscienze. Il seme gettato è stato raccolto da coloro che hanno partecipato, nell’ambito della Settimana della Cultura 2018 “Un posto Bello” presso il Seminario Regionale (è stata realizzata anche una mostra dedicata al “vescovo santo”), in occasione della visita del Santo Padre Papa Francesco nella nostra città per i 25 anni dal dies natalis del nostro compianto Vescovo don Tonino Bello, al dialogo tra Agnese Moro e Adriana Faranda.

E non si può rimanere indifferenti di fronte a relatori di tal calibro, tra una orfana e vittima di terrorismo e colei che l’ha resa tale. Nell’aula magna gremita “Mons. Laudisa” del Seminario regionale, “vittima e carnefice” hanno dialogato. Lo stupore di vederle sedute una accanto all’altra è stato prontamente superato da un eloquio pacato, sereno tipico di chi ha vinto. Agnese Moro, figlia dello statista, aveva 25 anni quando un commando delle BR di cui faceva parte anche Adriana Faranda, che ha scontato la pena inflittale e per la giustizia, ha espiato, ha rapito e successivamente condannato a morte suo padre. Per la giustizia, appunto, ha espiato.

E per se stessi? Per gli altri? Può un carnefice sentirsi “libero” per il solo fatto di aver scontato una pena? Può una vittima sopravvivere ad un dolore immane e vivere senza il peso di un passato che ha deviato la propria vita? Agnese appare serena quando afferma che la pace è stare insieme, concetto che sfiora l’ovvietà per una psicosociologa, professionista delle scienze umane, concetto talmente ovvio da essere di una modernità disarmante, come don Tonino di cui Agnese ricorda l’innovativo modo, non costruito, di essere uomo e uomo di fede, tanto che, durante una visita in una fabbrica di armi della provincia di Brescia, incontra un uomo in piena crisi. La sua fabbrica produce mine antiuomo. Questo uomo si reca in Etiopia e incontra uomini e donne con arti amputati dalle mine a cui lui apponeva l’ultima chiavetta affinché scoppiassero. Torna in Italia e dopo aver nuovamente incontrato don Tonino, decide di mettere in atto l’obiezione di coscienza professionale e si licenzia (vedi l’articolo sul fabbricatore di armi convertito pubblicato sulla rivista mensile “Quindici” in edicola). Questo uomo come Agnese, come Adriana Faranda ha affrontato un percorso di giustizia ripartiva. Guidati da un gruppo di mediatori, dal 2007, vittime e colpevoli si sono affrontati; le vittime hanno urlato il proprio dolore, lo hanno vomitato su chi aveva rovinato irreversibilmente la propria vita. Vittime e colpevoli si sono mostrati “disarmati”, privi di sovrastrutture che hanno reso immodificabile la propria vita, sancita da un “prima” e da un “dopo”, vite segnate da una stagione non ancora conclusa.

“Sei sotto la dittatura del passato che porta via il senso del presente. Quando capisci che il male è in cammino, lo devi fermare e devi dire basta”, afferma Agnese. “All’inizio ho rifiutato, detto no all’incontro con Adriana e altri ex brigatisti, poi ho iniziato a chiedermi cosa ne è stato di quelle persone che hanno e mi hanno fatto del male e ho accettato anche perché ho incontrato altri familiari vittime e li ho trovati molto rasserenati. Ogni parola è una spada ed è necessario disarmarsi insieme”, continua Agnese Moro.

“Ha fatto bene Agnese a sottolineare l’importanza di aver inserito questo incontro in un percorso-ricordo di don Tonino. La giustizia ripartiva è arrivata alla fine di un mio percorso. Quando ho scelto di entrare nelle BR, era un periodo particolare. La violenza era il pane quotidiano. Rabbia sociale e ideologia erano dogmi attraverso i quali sognare di cambiare il mondo attraverso la rivoluzione e quindi la violenza”, dichiara Adriana Faranda.

“Il percorso per arrivare alle BR è stato lungo. Mi sono resa conto di aver fatto la scelta sbagliata nel momento dell’uccisione del papà di Agnese. Noi criticavamo i Paesi che applicavano la pena di morte e noi ricorrevamo all’uccisione di un prigioniero. Avevamo una visione molto manichea, luce o buio, vedevo persone che avevano iniziato insieme a me, trasformarsi. Ho cercato di fermare qualche macchia che avevo creato”, continua Faranda. “Il carcere può preparare al reinserimento, ma è privo di una cosa fondamentale: il perdono verso se stessi, l’accettazione. Dopo l’arresto mi sono dissociata dalle BR. La dissociazione è un atto politico col quale si delegittima un apparato, le BR. Non ho voluto incontrare Agnese in carcere, perché il carcere è per i rei. Ho rotto con le Br, la relazione primigenia che teneva in piedi tutto e grazie a padre Guido Bertazzi, ho incontrato Agnese”.

Oggi Faranda è una fotografa, convive con un passato che non la lascia, ma con cui percorre una strada parallela a quella di Agnese. E non è sempre vero che due rette parallele, due vite parallele non si incontrano mai. Quelle di Agnese e Adriana, due donne, due vittime in modo diverso di un’epoca che le ha schiacciate, si sono incontrate dopo un lungo percorso. Si chiama giustizia ripartiva.

© Riproduzione riservata

Autore: Beatrice Trogu
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