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Speciale: Il Mezzogiorno d'Italia
Alfredo Niceforo. La teoria delle due civiltà e il federalismo razziale (III parte)
NAPOLI - 30.6.2008 Tale proposta può essere considerata come appartenente all’ambito delle teorie federaliste? Ma, da un punto di vista euristico, che cos’è il federalismo? Dalla lettura del Federalist emerge che la caratteristica precipua del federalismo risiede nell’introdurre una vera e propria componente statuale nelle associazioni politiche tra Stati; ossia nella creazione di un potere politico comune, che garantisce l’unità senza annullare l’autonomia degli Stati membri. L’associazione federale, quindi, può essere definita come “uno Stato centrale sovrano distinto dagli Stati membri che lo compongono e superiore ad essi, che nell’aderirvi rinunziano irrevocabilmente all’esercizio di una parte dei loro poteri, pur conservando per tutto il resto la loro piena autonomia”. Accentuando il rapporto tra federalismo, suffragio universale e divisione dei poteri politici, al fine di ottenere un “quadro concettuale uniforme”, emerge che la condizione fondamentale per la realizzazione di un’associazione federale è la natura democratica degli Stati che ne devono fare parte. Per questo motivo al governo federale sono assegnati diversi poteri di controllo sugli Stati membri. Quindi, il governo federale ha il preciso compito di garantire a tutti i cittadini il libero esercizio dei loro diritti politici e civili, compreso quello di opposizione al governo. Pertanto, i regimi politici che negano i principi democratici entrano in contrasto sia con la possibilità tecnico-giuridica del federalismo, sia con il suo principio politico fondamentale: la divisione e il controllo reciproco di poteri aventi la stessa natura. Nel primo caso vi è incompatibilità perché se in uno Stato membro, o addirittura in tutta la federazione, esistesse un regime dispotico o dittatoriale che impedisse la vita dei partiti, i cittadini non potrebbero eleggere liberamente i rappresentanti del parlamento federale. Nel secondo caso vi è contraddizione perché un regime dittatoriale, per sua natura fortemente accentratore, romperebbe il sistema di divisione e controllo reciproco tra i poteri. Ora la proposta di Niceforo di “un decentramento inteso nel più lato senso della parola, che non abbia a turbare la nostra unità politica e nazionale”, non riguarda affatto le quote di potere e le materie di governo, ma si riferisce esclusivamente alla natura dei regimi politici. Infatti, lo studioso siciliano auspica un governo democratico, basato su larghe autonomie, per l’Italia settentrionale ed un governo autoritario o addirittura dittatoriale per l’Italia meridionale. Ma un’associazione politica di tipo federale tra un regime democratico ed un regime dittatoriale è una palese contraddizione che non ne rende possibile la realizzazione. E’ chiaro che non ci troviamo di fronte ad una “vera” e “propria” proposta di natura federalista, ma tutt’al più dinanzi ad una “forma di federalismo molto singolare e non solo per il suo fondamento razziale”. Si deve anche osservare che il rifiuto di qualsiasi forma di decentramento per il Sud, di fatto, sul piano politico, in parte fa confluire le posizioni di Niceforo su quelle dei centralisti assoluti come Sonnino e Fortunato. Nel saggio Italiani del Nord e Italiani del Sud lo studioso siciliano pur non parlando più esplicitamente di decentramento teorizza una vera e propria “democrazia per i popoli signori” con il sottolineare il fatto che i settentrionali sono adatti ad una società democratica e socialista, mentre i meridionali per il loro individualismo anarchico non lo sono affatto. Pertanto, il Mezzogiorno deve essere considerato l’appendice coloniale dell’Italia settentrionale. Ma che tipo di centralismo Niceforo intende sostenere? Quello autoritario, che durante la crisi di fine secolo si sta delineando con i governi Crispi, Di Rudinì e Pelloux, o quello tendenzialmente garante, almeno al Nord, delle principali libertà politiche e civili come sembra prospettare la sinistra liberale capeggiata da Giovanni Giolitti? Da un punto di vista storico-politico, si deve osservare che la teoria delle due civiltà, di fatto, risulta essere funzionale non solo agli interessi del blocco agrario- industriale, ma anche alle richieste avanzate dal movimento riformista settentrionale. Pertanto, sembra che Niceforo assuma una posizione implicitamente critica nei confronti dei governi Crispi (foto) e soprattutto Di Rudinì e Pelloux, che minacciano di coinvolgere anche il Settentrione nella tenaglia della reazione, per prospettare, di fatto, un’alleanza politica tra aristocrazia operaia settentrionale, borghesia capitalista e latifondisti. Tale alleanza avrebbe allargato la base di consenso del regime liberale, attuando un regime centralizzato dai metodi tendenzialmente democratici al Nord e dai metodi autoritari al Sud, qui in chiara continuità con la linea politica attuata dai precedenti governi postunitari. In questo modo si sarebbe avuta una parziale modernizzazione del paese, senza, tuttavia, alterarne, soprattutto nel Mezzogiorno, i rapporti di forza di fondo. Come è noto a partire dal 1901 questo progetto, nelle sue linee essenziali, trova la sua realizzazione nel nuovo corso politico inaugurato da Giolitti. Nonostante le critiche serrate cui sono state sottoposte, le teorie di Niceforo e degli altri esponenti dell’indirizzo antropologico riescono a condizionare il dibattito e gli studi meridionalistici ed altri settori della vita politica, civile e culturale italiana, dando dignità scientifica a pregiudizi antimeridionali, che affondano le loro radici nei secoli precedenti. Salvatore Lucchese
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